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La sofferenza deriva dal non amare

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la sofferenza deriva dal non amare

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Quando capirai che il dolore più grande non è il non essere stati amati, ma il non poter amare, avrai fatto un grande passo verso la liberazione dalla sofferenza.

L’amore è la natura dell’uomo.

L’amare è un movimento naturale, come lo è il respirare per il corpo fisico. Tutto ciò che non è amore sono ferite e vari tipi di ostacoli che ci impediscono di restare pienamente coerenti con la nostra natura. Questa mancanza di coerenza fa male perché tutto in noi tende all’amare, intensamente, incessantemente, ma senza riuscirci. La tensione del non poter amare lacera dentro causando un forte dolore. Si tratta di un conflitto insostenibile tra la nostra natura e la nostra personalità.
E allora: benvenuto dolore, che ci ricordi che non stiamo vivendo la nostra vera natura. Lo so: brucia, schiaccia, soffoca, opprime, pesa, spaventa, fa a pezzi… E’ normale: infatti non è un gentile invito ma un allarme: «La tua natura è un’altra!» «Anima mia, che soffri e urli, ti prego guidami verso la mia natura.» Questa è la risposta.

L’amore è la natura dell’uomo.

Non siamo stati amati, non abbastanza, non adeguatamente e non nel modo da noi desiderato. A volte è vero, a volte è solo una percezione. C’è poca differenza. La gravità dei fatti non definisce nemmeno il grado di difficoltà del ritornare ad amare perché questo processo non dipende dalle circostanze, ma da noi stessi. Ci sono persone che rifioriscono nonostante abbiano subito crudeltà inimmaginabili, e altre che passano anni a recriminare per qualcosa che in confronto è una sciocchezza. La difficoltà nel ritorno ad amare insorge nell’attaccamento al passato, non dal passato in sé stesso.

Smettere di amare.

Dentro di noi l’amore è ardente, straripante, vorremmo riversarlo su qualcuno ma purtroppo questa persona non ci ha amato, così ci blocchiamo. Come possiamo amare chi ci ha fatto del male? Se non sono stato amato da qualcuno, non lo posso amare, è impossibile, non se lo merita, non è giusto! Come posso io amare la persona che mi ha ferito così profondamente? L’avevo amata, ma ora smetto. Ho anche provato qualsiasi strategia per rendermi finalmente meritevole del suo amore, ma non è servito, l’ho fatto fino ad annullare ogni desiderio e aspirazione personale, inutilmente. Quindi basta.
Che errore, che equivoco! Non si può smettere di amare. Tentare di farlo è allontanarsi dalla propria natura e dare inizio ad una sofferenza che non avrà mai fine.

Scegliere di amare.

Scegliere di tornare ad amare significa prendersi la responsabilità della propria vita, significa scegliere come viverla. Fino a che siamo convinti che la causa della sofferenza siano altre persone, coloro che non ci hanno amato abbastanza, coloro che non ci hanno sostenuto, o ci hanno insultato, umiliato e ferito in mille modi, saremo sempre delle vittime, in balia delle capacità o incapacità relazionali degli altri. A poco o nulla varranno gli interventi esterni per stare meglio fino a che saranno focalizzati sul tentare di risolvere gli effetti di azioni esterne senza che ci assumiamo la responsabilità di come stiamo.
Scegliere, invece, di percorrere la via che conduce all’amare, significa diventare protagonisti della propria vita, significa fare il passaggio dall’essere un bambino all’essere un adulto desideroso di prendersi la responsabilità del proprio benessere. Solo noi abbiamo il potere di fare qualcosa per modificare come ci sentiamo.

Devo perdonare?

Allora la prima cosa da fare è perdonare chi mi ha fatto soffrire? Basta un atto di volontà per tornare ad amare? Gli atti di crudeltà che ho subito non contano? Per stare bene devo per forza amare chi mi ha ferito?
Prima di tutto bisogna rispettare la verità. Negare il male che ci è stato fatto non solo è inutile, ma ci allontana dalla percezione di ciò che sentiamo veramente e ciò è dannoso perché è solo restando con ciò che c’è, con sincerità, che possiamo guarire le nostre ferite.
Amare come atto di volontà è un’imposizione disamorevole e il presupposto per la costruzione di una maschera. Non si tratterebbe di amore, sarebbe un’illusione d’amore. La prima persona a cui rivolgere il nostro amore siamo noi stessi. E’ da noi che inizia il processo per imparare ad amare. Compassione e amore creano l’ambiente necessario in cui le ferite possono guarire. L’importante in questa fase è togliersi dal ruolo di vittima e diventare protagonisti della propria vita. Smettere di pensare che la causa della nostra sofferenza siano gli altri, e accorgersi che la causa risiede nel nostro comportamento, dei nostri pensieri nel qui e ora.
Lasciamo perdere l’idea di dover perdonare e amare chi ci ha ferito. Solo alla fine, quando le ferite saranno guarite, arriverà il perdono, che a quel punto sarà qualcosa di spontaneo. E’ meglio non pensare affatto al perdono e dedicarsi totalmente a cogliere occasioni per manifestare compassione e amore verso noi stessi. Amare gli altri e, forse, alla fine perdonarli, sarà la conseguenza.

Un processo graduale.

Tra l’accusare gli altri di essere la causa della nostra sofferenza perché non ci hanno amato e l’amarli nonostante tutto, ci sono molti sorprendenti gradi di liberazione dalla sofferenza. Rimani con quello che c’è ora, con quello che puoi fare ora, con quello e quanto puoi amare ora, senza proiettarti verso obiettivi che dal punto in cui sei sembrano utopici.

Liberi di amare sé stessi.

Durante il processo di guarigione dalle ferite e assunzione delle proprie responsabilità, scoprirai di essere diventato meno giudicante e più amorevole nei tuoi confronti. Ciò può accadere solo passando dal sottoporre la nostra meritevolezza di essere amati al giudizio di qualcun altro, all’amarci senza condizioni. Ti sarai liberato dalle catene che tu stesso avevi costruito, perché non è il non essere stati amati ad imprigionarci, ma l’attaccamento a qualcosa che non possiamo cambiare.
Scoprirai anche che amare sé stessi è un processo che si svolge attraverso un lavoro pratico, giorno per giorno, restando in maniera compassionevole con quello che c’è.

Silvia Festa

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