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Come rendersi tristemente conto di non essere un operatore di luce… o si?

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Come rendersi tristemente conto di non essere un operatore di luce… o si?

Dopo aver letto decaloghi per capire se il proprio figlio è indaco che elencano sopratutto sintomi di malessere curabili da un buon costellatore , da uno sciamano o da uno psicologo (ovviamente sono i genitori da curare, non il figlio), seguiti dai decaloghi per capire se si è adulti indaco, operatori di luce, angeli sparati sulla terra con la fionda mentre si avrebbe preferito starsene in pace da qualche altra parte, come più democraticamente avviene sul Pianeta Verde (Trailer del film qui ), mi sono divertita a stilare la mia personale guida per rendersi conto di non essere un operatore di luce… o si?

Il disagio di vivere la quotidianità, in qualsiasi forma si manifesti, anche quelle considerate “nobili” in un ambiente che si dichiara olistico ma che di olistico ha ben poco, come l’insofferenza all’autorità, la sofferenza per le ingiustizie, il sentire di non appartenere alla Terra e desiderare di essere altrove, il considerare inadeguato il lavoro o lo stile di vita che si sta conducendo, il desiderio impellente di aiutare gli altri, ecc., non è sintomo di illuminazione né indicatore del fatto che si è sulla Terra con una qualche missione speciale a favore dell’umanità.
Il disagio di vivere la quotidianità è il segnale che qualcosa in noi va curato, non va appeso al muro come un diploma di merito. Il disagio è la voce dell’anima che soffre, se guardiamo ai nostri piedi, possiamo renderci conto che l’acqua che li lambisce, non è l’onda carezzevole di una spiaggia caraibica, i piedi si bagnano perché il Titanic affonda, vogliamo lasciare affogare la nostra anima nel mare della sua “nobile” sofferenza?
Affinché la nostra anima possa esprimersi, affinché possiamo sprigionare la nostra luce, le nostre sofferenze hanno bisogno di essere guardate con rispetto e curate con compassione, non di essere utilizzate per gonfiare l’“ego olistico”.
Vogliamo occuparci della nostra sofferenza, o vogliamo continuare a far finta di nulla o peggio a vantarcene? La scelta è nostra. C’è una buona notizia: tu non vali di meno o di più perché stai soffrendo.

Le persone che sentono di non appartenere alla Terra potrebbero davvero conservare memorie di vite passate in un maggiore stato evolutivo, ma è scendendo totalmente nell’incarnazione, qui dove siamo, che possiamo portare a termine l’obiettivo che ci eravamo posti prima di incarnarci. Possiamo continuare a comportarci come dei nostalgici nobili decaduti, o possiamo sviluppare la nostra capacità di accettazione. La scelta è nostra. C’è una buona notizia: scendere nell’incarnazione non significa retrocedere, significa cogliere veramente l’occasione e darsi la possibilità di evolvere.

Per essere operatori di luce non è necessario vivere tra incensi e musica soft, né essere un operatore olistico e imporre le mani, suonare il tamburo, ecc. Un operatore di luce potrebbe svolgere il suo compito in incognito, in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi ruolo, e non sempre il suo aspetto è facile da amare (lascio l’approfondimento di questo argomento alla lettura del libro “Anime coraggiose” ).
La maggior parte delle persone che sentono il desiderio impellente di aiutare gli altri, sono bambini che sono dovuti crescere molto velocemente, che hanno avuto genitori o fratelli bisognosi di aiuto. Se è il nostro caso, curiamo questo bambino bisognoso che ancora vive in noi, facendo in modo che gli altri non siano semplicemente lo strumento per tentare di colmare il nostro bisogno. C’è una buona notizia: la persona che ha curato il suo bambino interiore, è veramente adulta e veramente può aiutare.

Un operatore di luce non confonde accettazione con rassegnazione. Rimanendo consapevole che ogni cosa che ci viene data ha uno scopo amorevole, non si schiera contro nessuno, ma comunque mette la sua preghiera e le sue mani al servizio della pace e dell’amore.
Un operatore di luce può sembrare un essere che appartiene ad un altro mondo, ma in realtà è strettamente connesso a questo mondo, considera il desiderio di fuga dalla quotidianità il segnale che evidenzia il bisogno di sviluppare maggiormente la propria presenza nel “qui e ora” e la propria accettazione.
Un operatore di luce sa che qualsiasi pratica spirituale, se non migliora la quotidianità, non è stata compresa veramente, non usa le pratiche spirituali per fuggire dal Mondo, ma per entrare nel cuore di se stesso e così facendo entrerà nel cuore del Mondo.

Un operatore di luce sa di essersi incarnato: almeno in questa vita è un essere umano e lo sa. Sa anche che è divino, e che in ogni minuto della sua vita sta contribuendo a creare il Mondo: sa che quando permane in emozioni di paura e non accettazione, sta alimentando la coscienza collettiva con la sua paura e non accettazione, sa che quando permane nell’amore, sta alimentando la coscienza collettiva con l’amore, sa anche che è solo quando permane nell’amore che può considerarsi operatore di luce.
Un operatore di luce sa che non sempre riuscirà a sprigionare energia d’amore, ma si impegna per farlo il più spesso e il più profondamente possibile, un operatore di luce non usa il suo disagio per darsi un “titolo”, un operatore di luce cura il suo disagio perché è solo così che passerà dall’avere il titolo di operatore di luce, all’esserlo.

A questo punto potremo renderci conto che il numero degli operatori di luce in circolazione è piuttosto esiguo, ma anche che tutti siamo potenzialmente operatori di luce, perché è una nostra scelta alimentare la coscienza collettiva con le nostre paure e sofferenze oppure con il nostro amore.

Silvia Festa

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