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Le parole e la gerarchia della coscienza

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le parole e la gerarchia della coscienza

La Fonte di tutto, credono i Dagara, è priva di parole. Non ne ha perché il significato viene prodotto all’istante, alla stregua di una consapevolezza cosmica e senza tempo. Quindi, per i Dagara, esiste una riconosciuta gerarchia di coscienza. Gli elementi della natura, sopratutto alberi e piante, sono i soggetti dotati di maggiore intelligenza perché non hanno bisogno di parole per poter comunicare. Essi sono più vicini al significato che si cela dietro al linguaggio. La specie dotata di maggiore intelligenza che viene subito dopo in questa classifica, è quella animale, perché questi usano solo il minimo indispensabile di comunicazione orale, e dunque il loro linguaggio è più vicino alla Fonte, il mondo del significato intrinseco. L’ultima nella scala gerarchica è la specie umana che deve ricorrere alle parole per comunicare, e le parole non sono altro che un lontano riflesso del significato, come le ombre sulla parete della caverna platonica. I saggi del mondo indigeno, sia uomini che donne, sostengono che gli esseri umani sono maledetti dal linguaggio che posseggono o che li possiede. Il linguaggio, ribadiscono, è uno strumento che allontana dal significato, una sfortunata necessità senza la quale non possono vivere ma con la quale è arduo convivere.
Per gli indigeni, il verbo “esprimere” significa due cose: primo, aver nostalgia per la nostra vera casa, perché il linguaggio ci tenta con la possibilità di far ritorno al significato. E dov’è che il significato risiede nella sua forma più completa? Nella natura. Ne deriva che il linguaggio implica nostalgia per la nostra vera casa, cioè la natura. La parola “nostalgia” non deve essere intesa in modo superficiale. Essa implica che la lingua, così come la conepiamo, è un veicolo verso la Fonte, ma al contempo che non va assolutamente confuso con la Fonte stessa.
Secondo, “esprimersi” significa essere in esilio. Peri i Dagara, infatti, ogni volta che parliamo, è come se confessassimo il nostro esilio, la nostra lontananza dalla Fonte. La capacità di esprimerci prova che veniamo allontanati dal vasto insieme di significato che è la nostra vera dimora. Questo perché, se fossimo a casa, non sentiremmo il desiderio di farvi ritorno. Nella Fonte, le parole non sarebbero necessarie perché il significato verrebbe prodotto istantaneamente. Potremmo vedere, sentire e toccare quanto emesso dal pensiero di qualcuno piuttosto che far affidamento a parole che ce ne danno un’immagine: il pensiero produce immediatamente l’oggetto. Questa potrebbe essere la versione indigena del biblico “et verbum carum factum est”, “e il verbo si fece carne”.
La buona notizia, comunque, è che usare il linguaggio vuol anche dire che siamo sulla strada del ritorno a casa, che viaggiamo verso la fonte del significato.

Tratto da: Malidoma Patrice Somé – La saggezza guaritrice dell’Africa

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