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Perdono – Vivere il presente

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Perdono - vivere il presente

Una mia amica anni fa aveva l’abitudine di domandare a chi incontrava: qual è la cosa più importante di tutte? Le risposte che riceveva – la salute, volersi bene, la sicurezza economica – erano di solito accompagnate da una spiegazione, quasi che l’interpellato non fosse ben sicuro e volesse giustificare la propria affermazione anche a se stesso. Un giorno la mia amica pose la stessa domanda a suo padre. Erano in cucina, lui stava preparandosi il caffè. La risposta fu immediata, semplice e tranquilla, e non ebbe bisogno di ulteriori delucidazioni: «Il perdono».

Il valore della risposta può essere compreso appieno solo se si ricorda che il padre della mia amica era ebreo e che tutta la sua famiglia era stata sterminata nell’Olocausto (dopo la guerra lui, unico sopravvissuto, era emigrato in Australia, si era risposato ed era nata la mia amica). […] Ho cercato di capire come dev’essersi sentito quest’uomo nel rendersi conto che la figlia gli era stata tolta, e con lei la moglie, e poi anche il lavoro, e la casa. Ma non ci sono riuscito. Sono solo riuscito, in modo vago e indiretto, a immaginare l’orrore di quel momento, l’incredulità, e poi il dolore da impazzire. Eppure lui è stato capace di perdonare. Non solo, ma riusciva a considerare il perdono come il valore più alto. Ritengo il suo atteggiamento una magnifica vittoria. E’ grazie a conquiste come queste, più che ai miracoli dell’elettronica, della genetica o dell’astronautica, che la civiltà è ancora possibile. E’ grazie a quest’uomo, e a molti altri come lui, che non siamo precipitati nella barbarie.
O forse invece lo siamo. Basta un’occhiata ai giornali per constatare quanti veleni non smaltiti circolano a questo mondo. Eppure il perdonare non è un’impresa impossibile. […] C’è riluttanza a perdonare. A molti sembra un segno di debolezza, pare loro di avallare un’ingiustizia, di perdere la partita. Ma il perdono è un’opportunità così preziosa e importante per la vita di tutti noi che forse è bene fare qualche chiarimento. Anzitutto, perdono non significa condono. Se ho subito un’ingiustizia in passato, è possibile che sia restio a perdonarla perché temo che si ripeta, oppure ho paura che ciò che è accaduto venga sottovalutato nella sua gravità – «In fondo non era niente» – e chi ha commesso l’ingiustizia la faccia franca e magari rida alle mie spalle.
Ma non è così. Perdonare significa solo che non voglio continuare a nutrire rabbia per il torto che ho subito molto tempo fa e quindi rovinarmi la vita. Perdono sì, ma ho ben chiaro il danno che mi è stato fatto e mi premunisco affinché non si ripeta.

Chi ha perdonato uò vivere in un mondo dove l’ingiustizia non è tollerata […] ma non sta con i sistemi d’allarme perennemente attivati né con i cannoni sempre puntati, perché ci sono molte altre cose interessanti da fare.
In secondo luogo, il perdono non è un atto di condiscendenza con cui affermo la mia superiorità morale e mi compiaccio di quanto sono nobile e generoso mentre il miserabile che mi ha offeso abbrustolirà all’inferno per gli orrori che ha perpetrato.
No: Il perdono è l’atto interiore di fare la pace con il passato e chiudere finalmente i conti. non dico che sia facile e razionale. Anzi: è una decisione unilaterale, illogica e pericolosa. Unilaterale, perché dipende solo da ciò che succede dentro di me. Illogica, perché i conti non tornano. […] Il perdono, dunque, contraddice ogni logica e ogni contabilità. Ed è anche pericoloso, non solo perché può esporci di nuovo al pericolo che la vecchia offesa venga ripetuta (questa eventualità è talvolta sopravvalutata), ma perché ci fa sentire vulnerabili. Ci sentiamo vulnerabili perché tutta la nostra vecchia identità è cresciuta attorno al torto ricevuto, alla rabbia e al dolore. […] Perdonando, perdiamo la nostra vecchia identità e quindi ci sentiamo insicuri e incerti. mentre se non perdoniamo, il senso di oltraggio e indignazione per l’offesa ricevuta ci dà un certo sostegno. Ma chi ha bisogno di questo tipo di sostegni?
Non dobbiamo neppure credere che il perdono sia assenza di rancore: una specie di vuoto neutrale dei sentimenti. Oppure che sia il sollievo che viene dalla fine della tensione, come quando tendiamo un muscolo al massimo finché non siamo stanchi, e poi lo lasciamo rilassare. Il perdono, invece, è una qualità positiva. E’ pieno di gioia, fiducia negli altri e generosità di spirito. E, proprio perché è così illogico e sorprendente e ah la capacità magica di liberare dalle catene degli orrori, chi lo prova sente di ascendere a una sfera sublime.

Quando nel mio lavoro di psicoterapeuta suggerisco a un cliente questa possibilità («Ha mai pensato al perdono?»), ho spesso la sensazione di chiedere qualcosa di assurdo. Però talvolta è l’unico rimedio a sofferenze indicibili.

Ho visto molte persone che hanno perdonato. Alcune di loro avevano subito torti leggeri, altre invece offese gravi o gravissime: prepotenze infami, ingiustizie devastanti. Magari erano sopravvissute ai campi di concentramento o a maltrattamenti atroci durante l’infanzia o a violenze sessuali ripetute. Eppure sono riuscite a perdonare e io le ho viste nel momento in cui perdonavano: un momento straordinario in cui un incubo finisce e ci si sente rinascere, pervasi da una gioia bellissima.
Ma ho anche incontrato molte persone che hanno difficoltà a perdonare. La loro vita è diventata un mugugno permanente, una protesta silenziosa. I danni ricevuti passano loro davanti come un film che si ripete di continuo. […] Nell’inconscio esiste solo il presente, e quell’offesa loro la stanno subendo ora.
Questo atteggiamento è molto dannoso. […] Lo stato di non perdono è così: il rancore ristagna e crea nuovi rancori e in questo modo blocca la circolazione dell’energia vitale, rallenta i pensieri e avvelena la vita. […] Nell’aiutare i miei clienti a perdonare ho constatato l’importanza di due fattori: anzitutto occorre riconoscere il male che è stato fatto, le sofferenze talora terribili che magari si sono lasciate nell’ombra. Non si può far finta di niente. Prima di dimenticarle bisogna riconoscerle e viverle pienamente. Perdonare di fretta, perdonare tanto per perdonare, non serve. Solo dopo che abbiamo preso contatto e riconosciuto in tutta la sua gravità e in tutte le sue conseguenze il male subito, è possibile il perdono. […] L’altro fattore che aiuta a perdonare è che ci sia empatia nei confronti di chi ha perpetrato l’offesa. […] Se riusciamo a metterci nei suoi panni, a capire le sue intenzioni, a comprendere la sua sofferenza e non solo la nostra, possiamo perdonare: riusciamo a intendere perché ha fatto ciò che ha fatto. […] Perdonare è più facile se, anziché vivere in un mondo di giudici e condannati, ci sentiamo fra persone che fanno a volte errori tremendi ai quali si può (forse) porre rimedio, e se abbiamo l’umiltà di non ritenerci i detentori della giustizia. Imparare a perdonare conduce a una trasformazione radicale della nostra personalità.
C’è un corollario a tutte queste affermazioni: saper perdonare e saper chiedere perdono sono due facce della stessa medaglia, perché entrambe richiedono una buona dose di umiltà e di flessibilità.
Certe volte, però, perdonare è impossibile. Ci proviamo, ma non ci riusciamo. L’offesa è troppo grave, il danno troppo grande, e perdonare ci pare impraticabile.

Niente paura: è proprio in questa situazione che possiamo davvero capire che cos’è il perdono. perché è qui che bisogna cambiare il nostro punto di vista, imparare a vedere le cose da un’altra angolazione. […] [I nostri problemi, le offese, le osservazioni, le angosce.] Possiamo osservarli da una certa distanza. Andiamo, per così dire, in un altro posto dentro di noi. Arriviamo a un nucleo di noi stessi che non è ferito, che è sano, aperto e forte. Sono convinto che anche chi nella vita è stato gravemente danneggiato continui a possedere questo nucleo sano. Il guaio è che se ne è dimenticato.
Come facciamo a ritrovare il nostro nucleo sano, quello che non è inquinato dalle bruttezze della vita, o corrotto dai compromessi, o appesantito dalle preoccupazioni, o indebolito dalla paura? Per ognuno di noi c’è una risposta diversa. C’è chi si mette in contatto con la parte vitale e felice di sé attraverso la meditazione. Alcuni lo fanno con l’attività fisica. Altri trovano se stessi occupandosi di chi soffre o ha bisogno. Altri ancora attraverso la bellezza, o la preghiera, o la riflessione. per ciascuno di noi esiste un modo per ricongiungerci con il nostro nucleo di salute, il nostro vero sé. E se questo modo non lo conosciamo, possiamo metterci alla sua ricerca: è una delle avventure più belle, forse la più bella della nostra vita.
Se riusciamo a ritornare, anche solo per un attimo, al nostro nucleo sano, allora beghe, rancori, ripicche, bisticci ci appaiono come un’assurda perdita di tempo. L’ho constatato con molti miei clienti. Quando domando a bruciapelo se sono disposti a perdonare le offese che continuano a rodergli l’anima, spesso non se ne sentono capaci. Ma se riesco ad aiutarli ad andare, per così dire, in un altro luogo dentro se stessi, dove c’è più spazio, più respiro, dove l’amore e la bellezza sono possibili, allora non occorre fare il minimo sforzo: il perdono c’è già. […] Se andiamo dove, dentro di noi, ci sentiamo bene con noi stessi, il perdono è cosa fatta. Non c’è bisogno di sforzi o acrobazie mentali. Non ci sono più paura, sospetto, voglia di rivincita. Il perdono diventa la cosa più facile del mondo: non è qualcosa che si fa, ma qualcosa che si è.

Tratto da “La forza della gentilezza” di Piero Ferrucci

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