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Prendere la piena responsabilità della sofferenza

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Prendere la piena responsabilità della sofferenza

Il primo passo da compiere quando si soffre è prenderne la piena responsabilità.
Se qualcosa ci fa del male è perché gli stiamo dando il permesso di farlo, lo facciamo ogni volta che non dimoriamo in uno stato di presenza, ogni volta che lasciamo che siano le parti egoiche, i nostri automatismi, le nostre difese ad agire nella nostra vita.

Che siano esseri materiali (persone, situazioni di vita) o immateriali (energie basse, entità inconsapevoli) l’unico modo perché ci possano far del male è concedergli il permesso di farlo. Ancora prima di liberarci da ciò che solo ad un livello superficiale appare come la causa della sofferenza, dobbiamo occuparci del motivo per cui abbiamo contribuito a creare la situazione per cui stiamo soffrendo. Se non prendiamo la nostra responsabilità ogni rimedio a cui faremo ricorso nel tentativo di eliminare la causa del nostro malessere, nella migliore delle ipotesi avrà un’efficacia temporanea.
Prendersi la responsabilità della propria sofferenza non è un atto che si può compiere con la mente e aver letto numerosi libri sulla spiritualità non ci rende automaticamente capaci di farlo. La sofferenza che emerge è parte di noi, e in quanto tale va vista, va accolta. La sofferenza si consuma attraversandola con consapevolezza ovvero senza identificarsi con essa. La via che conduce al benessere è una via inclusiva, tende all’Uno, per accedere a questo Uno nessuna parte di noi può essere esclusa, nemmeno la sofferenza.

E’ importante dimorare spesso in quello stato di coscienza in cui permettiamo ad ogni nostra parte di esistere, compresa la sofferenza, si tratta di uno stato dall’alto potere trasmutativo. In questo lavoro di attraversamento della sofferenza è bene fare attenzione a non attaccarci né alla sofferenza stessa, né ad un qualche aspettativa sul risultato. Decidere di dimorare in uno stato di presenza avendo il fine di far cessare la sofferenza non funzionerà: presenza e desiderio sono tra di loro incompatibili. Se ci accorgiamo di vivere qualche stato di attaccamento riconosciamolo come espressione dell’ego: la vita è quella che è, non è giudicabile, non è misurabile facendo il bilancio tra vittorie e sconfitte.
Tornare alla nostra integrità, accettare tutte le nostre parti è una nostra responsabilità, solo noi lo possiamo fare. Osservare la vita e le altre persone da uno stato di consapevolezza anziché dai filtri dell’ego, è una nostra responsabilità, solo noi lo possiamo fare.
Silvia Festa

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