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Viviamo quotidianamente un’ipnosi

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Viviamo quotidianamente un'ipnosi

Il brano che segue è tratto da “Il cielo ti cerca” di Richard Bach e mostra come noi viviamo quotidianamente la nostra personale ipnosi. Aggiungo poi alcune frasi tratte dallo stesso libro.

Aveva preso posto davanti, in prima fila, con la speranza che, quando Blacksmyth il Grande avrebbe cercato dei volontari tra il pubblico, avrebbe scelto lui.
Nella parte finale dello spettacolo, quando salì sul palco insieme ad altre due persone, un uomo e una donna, si sentiva divertito ma dubitava che sarebbe stato ipnotizzato.
Blacksmyth l’ipnotizzatore era elegantissimo, smoking e cravatta bianca, ma aveva un tono di voce e modi molto cordiali. Chiese ai tre di mettersi in fila. Questi obbedirono allineandosi rivolti verso il pubblico. Jamie Forbes era al centro del palco.
L’intrattenitore si posizionò dietro i volontari e toccò la donna sulla spalla facendole perdere leggermente l’equilibrio. La donna fece un passo indietro per riprendere stabilità.
Ripeté il gesto con il successivo, che reagì allo stesso modo della donna.
Forbes decise di comportarsi diversamente. Quando la mano dell’ipnotizzatore gli toccò la spalla, si inclinò in avanti assecondandone la pressione, sicuro che l’uomo non avrebbe offerto un bello spettacolo se avesse fatto cadere la sua vittima dal palcoscenico.
Blachsmyth scelse lui senza esitare, ringraziò gli altri volontari e li congedò con uno scroscio di applausi.
Ormai era troppo tardi. «Mi dispiace» bisbigliò Jamie mentre il suono degli applausi si spegneva, «ma non sono ipnotizzabile.»
«Ah» rispose piano l’artista. «E allora cosa ci fa su questo pianeta?»
L’ipnotizzatore cece una pausa e, senza aggiungere altro, iniziò a sorridere a Jamie Forbes. Un brusio di risate si levò dal pubblico: che cosa sarebbe successo a quella povera vittima?
In quel momento la vittima si sentì in colpa per l’intrattenitore e decise che avrebbe potuto stare al gioco: sempre meglio che scendere dal palco.
Aveva avvertito l’uomo, ma non c’era motivo di metterlo in imbarazzo di fronte al folto pubblico pagante.
«Come si chiama, signore?» chiese l’ipnotizzatore a voce piuttosto alta, affinché tutti lo sentissero.
«Jamie.»
«Jamie, ci conosciamo?» chiese. «Ci siamo mai incontrati prima di stasera?»
«No, signore. No.»
«Giusto.»
«Ora, Jamie» disse, «faremo una passeggiata nelle nostre menti. Vede questi sette gradini di fronte a noi? Li scenderemo insieme. Scenderemo insieme questa scala; giù, giù, sempre più giù, sempre di più…»
Jamie all’inizio non aveva notato la scala. Doveva essere di plastica o di balsa, colorata in modo da farla sembrare di pietra; la scese insieme all’ipnotizzatore, gradino dopo gradino. Si chiese come il pubblico avrebbe potuto vedere lo spettacolo, dal momento che il volontario stava per sparire sotto il palcoscenico, ma in fin dei conti quello non era un problema suo. Doveva esserci qualche gioco di specchi.
Alla fine della scala c’era una pesante porta di legno. Blachsmyth gli chiese di entrare e, appena fu entrato, gli chiuse la porta alle spalle. La sua voce risuonava chiaramente attraverso i muri e descriveva al pubblico ciò che Jamie vedeva: una stanza in pietra completamente vuota, priva di porte e di finestre ma inondata di luce.
La stanza non era quadrata ma rotonda, e appena Jamie si era voltato per vedere da dove era entrato, la porta era sparita. Camuffata, probabilmente, per confondersi con le pietre.

Sembrano pietre, pensò. Cartapesta dipinta in modo da sembrare un muro fatto con blocchi di granito irregolari,una specie di fortezza medievale.
«Si guardi attorno, Jamie» disse Blacksmyth dall’esterno, «e ci dica quello che vede»
Scelse di non rivelare quello che aveva scoperto, che era solo cartapesta. «Sembra una stanza in pietra» disse, «nella torre di un castello. Non ci sono finestre né porte.»
«E’ sicuro che sia pietra?» giunse la voce dell’ipnotizzatore.
Non mi costringa, pensò. Non conti su di me per raccontare menzogne. «All’aspetto sembra pietra. Non ne sono certo.»
«Controlli.»
Peggio per lei, signor Blacksmyth. Si avvicinò al muro e lo toccò. Era ruvido e duro. Esercitò una leggera pressione. «Lo sembra anche al tatto.»
«Voglio che ne sia certo. Jamie. Appoggi le mani contro il muro e spinga con tutte le sue forze. Più spingerà e più il muro diventerà solido.»
Che razza di stupidaggine. Se davvero lo farò, questa bella scenografia andrà in pezzi.
Così all’inizio Jamie spinse con delicatezza, poi più forte, sempre più forte. Era solido, d’accordo. Sembrava più uno spettacolo di magia che uno show sulla mente. Come faceva Blacksmyth a costruire una stanza in pietra sotto il palcoscenico e soprattutto come faceva a spostarla da un teatro all’altro?

Cercò la porta camuffata, ma tutt’intorno trovò solo pietra. Batté contro il muro, sferrò dei calci in vari punti, ispezionò l’intero perimetro della stanza, che aveva un diametro di non più di tre metri, tirando colpi alle pareti, e calci talmente forti da ammaccarle se fossero state di balsa, plastica o cartapesta.
Aveva paura, ma non troppa, perché sapeva che Blacksmyth avrebbe presto dovuto liberarlo.
«Jamie, c’è un modo per uscire di lì» affermò l’intrattenitore. «Sa dirci qual è?»
Potrei arrampicarmi, pensò, se ci fosse più spazio tra le pietre. Guardando in alto tuttavia vide che anche il soffitto era fatto con le stesse solide pietre. Una zona del muro era bruciacchiata e annerita, come se vi fosse stata inserita una torcia. A momento, però, la torcia e il suo sostegno erano spariti.
«Non posso arrampicarmi» rispose.
«Ha detto che non può arrampicarsi sul muro» gli fece eco Blacksmyth, con voce forte e teatrale. «Jamie, ha provato?»
Lo prese come il suggerimento che ci potessero essere degli appigli nascosti.
No. Mise il piede sul bordo della prima fila di pietre e la sua scarpa scivolò via immediatamente.
«Non c’è modo di arrampicarsi» confermò.
«Può scavare una galleria sotto il muro, Jamie?»
Sembrava un’idea stupida, dato che il pavimento era dello stesso materiale dei muri e del soffitto. Si mise in ginocchio e con le mani iniziò a grattare la superficie, ma era dura e impenetrabile come il resto della stanza.
«E la porta? Provi con la porta!»
«La porta non c’è più» rispose vergognandosi delle proprie parole. Com’era possibile che la porta fosse sparita? Sapeva che si trattava solo di un trucco, ma restava il fatto che la porta non era più lì.

Cercando di attraversare il punto da cui era entrato, Jamie Forbes diede una spallata a quella che poteva sembrare pietra, ma avrebbe potuto rivelarsi compensato dipinto. L’unico risultato che ottenne fu un livido sulla spalla. Come era possibile che tutto si fosse trasformato in pietra?
«C’è un modo per uscire» disse nuovamente Blacksmyth. «Sa dirci qual è?»
Jamie Forbes era stanco e frustrato. Comunque stessero le cose, quel trucco iniziava a stancarlo. Nessuna porta, nessuna finestra nessuna chiave, nessuna corda o filo o carrucola, nessun attrezzo, nessuna combinazione tipo tocca-la terza-pietra-a-sinistra-e-poi-la-prima-a-destra. Se esisteva un modo per uscire, una qualunque formula segreta da pronunciare, lui non aveva la minima idea di quale fosse.

«Si arrende?»
Anziché rispondere, si portò su un lato della stanza, prese tutta la rincorsa possibile e diede un calcio in volo all’altra parete. Finì a terra, come previsto, senza scalfire il muro.
«Sì» disse, alzandosi in piedi. «Mi arrendo.»
«Ecco la soluzione» risuonò la voce di Blacksmyth, con tono teatrale. «Jamie, passi attraverso il muro!
Questo è impazzito, pensò, ha perso la ragione nel bel mezzo dello spettacolo. «Non posso farlo» rispose sgarbato. «Non passo attraverso i muri.»
«Jamie, le sto dicendo la verità. Non è uno scherzo. Il muro è nella sua mente. Può attraversarlo, se solo desidera riuscirci.»
Appoggiò la mano, col braccio disteso, sul puro di pietra. «Sì» disse, «bene.»
«Molto bene, Jamie. Ora le svelerò tutto e rivelerò dov’è il trucco. Lei non lo ricorda, ma è stato ipnotizzato. Non esistono muri intorno a lei. Si trova sul palcoscenico dell’hotel Lafayette a Long Beach, in California, ed è la sola persona in questa sala che crede di essere imprigionata tra mura di pietra.»
La parete non si mosse. «Perché mi sta facendo questo?» chiese. «Per divertirsi?»
«Si, Jamie» disse Blacksmyth con dolcezza. «Lo stiamo facendo per divertirci. Si è offerto volontario per questo spettacolo, e per tutto il resto della sua vita non dimenticherà mai quello che è successo oggi.»
«Mi aiuti, per favore» disse Jamie senza traccia di orgoglio o irritazione.
«L’aiuterò ad aiutare se stesso» disse Blacksmyth.
«Non dobbiamo essere prigionieri delle nostre idee. Conterò fino a tre, quindi attraverserò il muro su un lato della stanza. Prenderò la sua mano e attraverseremo insieme il muro dall’altro lato. E lei sarà libero.»
Cosa dovrei rispondere? Jamie scelse il silenzio.
«Uno» risuonò la voce dell’ipnotizzatore, «due…» seguì una lunga pausa, «tre».
All’improvviso, tutto fu come aveva detto Per un istante Forbes vide muoversi sul muro una macchia sfocata, come di umidità, e l’istante successivo Blacksmyth, col suo smoking immacolato, passò attraverso il muro della prigione, allungandogli la mano.

Con grande sollievo Jamie l’afferrò. «Non pensavo…» fu tutto quello che riuscì a dire.
L’ipnotizzatore non rallentò né rispose; avanzò a grandi passi verso la parete sul lato opposto della stanza, trascinando con sé la cavia del suo esperimento.
Il suo dovette sembrare un grido, benché nell’intenzione non lo fosse. Jamie Forbes si lasciò sfuggire un’esclamazione di sgomento.

Il corpo di Blacksmyth scomparve nella pietra. Per un momento Forbes tenne saldamente un braccio incorporeo, il cui polso e la cui mano si muovevano in avanti, trascinandolo lentamente dentro il muro.
Qualsiasi suono emesso successivamente fu represso dal muro, e nell’istante successivo si undì uno scatto simile allo schiocco delle dita; Jamie era sul palco e teneva per mano il signor Blacksmyt accecato dalla luce di scena e avvolto in un applauso affascinato.
Le persone che vedeva nelle prime file si stavano alzando in piedi; una standing ovation per l’ipnotizzatore e, in un certo senso, anche per lui.

Il numero era la conclusione dello spettacolo di Blacksmyth. Questi lasciò che Jamie si godesse gli applausi, sparì dietro il sipario, ritornò due volte sul palco prima che il rumore della folla si spegnesse in un leggero scalpiccio e nel mormorio delle tante voci della gente che raccoglieva i programmi, le giacche e le borsette, mentre la sala si illuminava completamente.
Jamie Forbes scese traballante gli scalini verso la platea, mentre alcuni spettatori gli sorridevano e lo ringraziavano per il suo coraggio nell’offrirsi come volontario: «Era vero, le sembravano vere le pietre e tutto il resto?»
«Certo che erano vere!»
Risero, poi sorrisero confusi, cercando di spiegare. «Lei stava sul palco, proprio al centro. Il palco era vuoto! Blacksmyth era alla sua sinistra e le parlava. Lei ha fatto apparire tutto così verosimile! Il salto alla fine, e il calcio, spettacolare! ci credeva sul serio… vero?»
Più che crederci. Ne ero sicuro.
Jamie Forbes rivisse quella stupefacente serata durante tutto il tragitto verso il suo appartamento.
Pietre solide come la roccia, dure come il metallo. Illusione? Sarebbe morto di fame in quella stanza, intrappolato lì da… da che cosa? Era più un’illusione. Una convinzione assoluta e indubitabile.
Era iniziato tutto con quello che sembrava solo uno scherzo: «Faremo una passeggiata nelle nostre menti…». E li, che era certo e orgoglioso di non poter essere ipnotizzato, si era lasciato imbrogliare dalle parole di Blacksmyth, convincendosi di essere prigioniero nella cella di pietra. Come era possibile?
Solo anni dopo avrebbe scoperto che non sarebbe mai morto fra mura simili. Alla fine si sarebbe addormentato e, risvegliandosi, avrebbe superato le idee di prigionia che sembravano così reali fino a poco prima.
[…] Era l’ultima sera dello spettacolo. Jamie Forbes prese posto lontano dalle prime file, in posizione centrale, a circa trenta metri dal palco. Non farò da volontario questa volta, pensò. Stasera si guarda. che cosa mi ha fatto quest’uomo? Come ha fatto?
[…] Era l’ora del numero finale dello spettacolo. I tre volontari erano saliti sul palco. Il primo mosse un passo indietro appena l’ipnotizzatore gli diede un leggero colpetto sulla spalla; il secondo stava per cadere e fu subito ripreso; il terzo resistette alla spinta. Il primo e il terzo furono pregati di lasciare il palco con ringraziamenti e applausi; per qualche motivo la cortesia era molto importante per l’intrattenitore.
Forbes si sforzò di capire le parole che Blacksmyth disse sottovoce alla volontaria rimasta, leggendogli le labbra. Riuscì a cogliere solo «viaggio». L’ipnotizzatore aveva sussurrato alla signora qualcosa di diverso rispetto a quanto aveva detto a Jamie la sera precedente e aveva impiegato qualche secondo in più.
«Come si chiama, signora?» chiese Blacksmyth in modo che tutti udissero.
«Lonnie» rispose lei con voce risoluta.
«Risposta esatta!» esclamò l’ipnotizzatore. Aspettando che la risata del pubblico si spegnesse, alzò la voce e continuò. «Dunque, Lonnie, lei e io ci siamo mai incontrati, ci siamo mai visti prima di stasera?»
«No.»
«Confermo» disse. «Lonnie, se gentilmente vuole seguirmi…»

Per quanto attentamente osservasse, Jamie Forbes vedeva solo due persone normali che camminavano insieme con lentezza, un’immagine quasi banale. Impossibile individuare in Blacksmyth tratti distintivi del suo ruolo di ipnotizzatore o nella donna la condizione di soggetto in trance.

Si spostarono dal bordo del palco verso il centro. Lei continuò scendendo tre scalini, come se credesse di essere sola, quindi si voltò e iniziò a guardarsi intorno.
Forbes si sentì gelare. Sapeva bene cosa stesse vedendo la donna: muri, pietra, una cella di prigionia. Ma non c’era niente intorno a lei. Niente. Aria. Il palco. Il pubblico. Nemmeno la tenda più sottile, nessuno specchio, nessun gioco di luce.
Il volto della donna era confuso com’era stato il suo, ne era certo. Dov’era finita la porta? Dov’era andato Blacksmyth?
A lui non era venuto in mente: da dove veniva la luce? Non sovvenne nemmeno a lei. Si chiese se stesse vedendo la macchia annerita lasciata dalla torcia sulla pietra.
La guardò avvicinarsi al muro invisibile, toccarlo. Premere contro di esso, spostarsi a sinistra, premere nuovamente.
Forse la donna stava immaginando un tipo di pietra diversa, pensò, ma era altrettanto dura e solida anche nella sua immaginazione.
«Ehi…» mormorò. «Qualcuno riesce a sentirmi?»
Il pubblico sogghignò, certi che ti sentiamo. Siamo proprio qui!
Jamie Forbes non rise. In quel momento cominciò ad avere paura.
Paura di che cosa? Perché era così spaventato?
Perché era in trappola, ecco perché. Intrappolato nella pietra. Non c’erano porte, né finestre; pavimentato in pietra, soffitto di pietra… come un insetto in una tazza di tè, nessuna via d’uscita.

Nulla di tutto ciò era vero, pensò, continuando a guardare. Blacksmyth aveva detto di scendere i gradini e aveva mormorato qualcos’altro. In fondo alla scala c’era la porta. Ogni istante lo riportava al giorno precedente. Ma quella sera vedeva tutto diversamente… il palco, un palco vuoto, e quella povera signora intrappolata dalla propria mente.
Il pubblico sorrideva affascinato mentre Forbes faceva di tutto per rimanere seduto, per trattenersi dal correre dal corridoio verso il palco per soccorrerla, salvarla…
Da che cosa, si chiese Jamie, salvarla da che cosa? Come si risveglia dall’ipnosi qualcuno profondamente convinto che mura massicce, invisibili per gli altri, lo stiano schiacciando, imprigionando, senza cibo e senz’acqua e che si stia esaurendo anche l’aria?
Chi avrebbe potuto raggiungerlo e dirgli che i muri erano solo frutto della sua fantasia e far sì che ci credesse? Se qualcuno fosse venuto in mio soccorso non lo avrei visto, pensò Jamie. Almeno finché non si fosse avvicinato al sufficienza.
Avvicinato a sufficienza, e poi? Avrei visto qualcuno che veniva verso di me passando attraverso il muro e gli avrei creduto all’istante? Avrebbe detto che era tutto nella mia mente e io avrei risposto: «Sì, certo. Grazie» e a quel punto le pareti di pietra sarebbero sparite?
«Ehi?» disse Lonnie. «Signor Blacksmyth? Ha intenzione di lasciarmi qua dentro? Signor Blacksmyth, mi sente? Signor Blacksmyth!»
Forbes guardò l’ipnotizzatore. Come può sopportare le sue grida? Perché certo tra un minuto lei inizierà a gridare.
Lonnie si scagliò contro le pietre curve della sua mente, le colpì con tale violenza che i suoi pugni avrebbero presto iniziato a sanguinare.
[…] «Ecco la soluzione» annunciò Blacksmyth con voce teatrale. «Lonnie, passi attraverso il muro!»
Lei non si mosse. Stava già premendo contro la pietra, piegata in una posizione che sembrava impossibile da tenere nel vuoto.
Come poteva passare attraverso la parete, come poteva il suo corpo attraversare un muro che opponeva tanta resistenza alle sue mani?

«Lonnie, le dico la verità. Non sto scherzando. Il muro esiste solo nella sua testa. Può passarci attraverso, se solo desidera riuscirci.»
[…]«La prego, non mi faccia del male» mormorò la donna.
«Non le farò del male, glielo assicuro. L’aiuterò ad aiutare se stessa» disse l’intrattenitore. «Non dobbiamo essere prigionieri delle nostre idee. Siamo in grado di ricordare chi davvero siamo. Al mio tre passerò attraverso la pietra su un lato della stanza. Prenderò la sua mano e cammineremo insieme attraverso il muro sull’altro lato. E lei sarà libera.»
Lonnie sfoderò un lieve sorriso disperato. L importava solo che la lasciasse uscire.
«Uno» iniziò Blacksmyth. «Due.»
«Tre.»
L’ipnotizzatore fece quello che avrebbe potuto fare qualsiasi spettatore. Fece tre passi e fu accanto a lei.
Vedendolo, Lonnie rimase senza fiato e gridò.
Blacksmyth le porse la mano, ma lei gli si gettò al collo, avvinghiandosi al suo soccorritore.
«E adesso insieme» disse. La prese per il polso.
«Passeremo insieme attraverso…»
«No!» urlò lei. «No! No!»
«Allora useremo la porta» disse, calmo e sereno.
[…] Lonnie si calmò un poco e con sollievo afferrò la maniglia invisibile di una porta invisibile, fece qualche passo e si fermò col respiro affannato, voltandosi verso l’ipnotizzatore. Lui le porse la mano e questa volta lei la prese. Blacksmyth sollevò l’altra mano all’altezza della propria guancia sorridendole e schioccò le dita.
Fu come se le avesse dato uno schiaffo. Lonnie balzò all’indietro con gli occhi spalancati.
Dopo un istante il pubblico esplose in uno scroscio di applausi che allentò l’insopportabile tensione nella sala; alcuni si alzarono in piedi.
Blacksmyth fece un inchino e, poiché si tenevano per mano, anche la donna si inchinò, perplessa.
Il boato – un senso di meraviglia attonita – invase la sala.
Lonnie si asciugò le lacrime e Jamie Forbes, pur essendo lontano dalle prime file, riconobbe l’angoscia sul suo volto, su cui si leggeva la sua stessa domanda: che cosa mi ha fatto?
Blacksmyth rispose con poche parole che solo la donna riuscì a udire. Poi si voltò e ringraziò per gli applausi. La sua espressione significava:

Non sottovalutate la forza della vostra mente

* Ogni affermazione che facciamo non è una semplice affermazione, è una suggestione, e ogni suggestione che accettiamo rafforza questo processo mentale. Ogni suggestione intensifica se stessa.
* La prima regola per vivere nello spazio-tempo è ovvia: devi credere nello spazio-tempo.
* Non abbiamo bisogno di credere ai nostri limiti per vivere, ne abbiamo bisogno per giocare! Non si può giocare a hockey senza il giaccio e il bastone, non si può giocare a scacchi senza la scacchiera e le pedine, non si può giocare a calcio senza il campo, il pallone e le reti, non si può vivere sulla terra senza credere che siamo infinitamente più limitati di quello che in realtà siamo.
* Non abbiamo corpi, li immaginiamo di continuo. Diventiamo quello che costantemente suggeriamo a noi stessi.

Tratto da “Il cielo ti cerca” di Richard Bach

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